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la musica che gira intorno (a milano)

Posted: Marzo 13th, 2013 | Author: | Filed under: alfabetica, larsen, succede che... | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su la musica che gira intorno (a milano)

578011_556815684342789_122551039_nQuando si parla dello stato della musica a Milano gli animi si scaldano sempre, tanto distanti sono le visioni di chi vive questo ambiente. A questo giro, a lanciare il sasso nello stagno è stato Francesco Birsa Alessandri, una di quelle facce che si incontrano sotto un palco 7 sere a settimana, che conosce insomma ciò di cui parla, ma il cui articolo (uscito venerdì scorso sulle pagine di Vice) ha sollevato l’ennesimo polverone.

Personalmente mi occupo di musica a Milano da oltre 15 anni come ascoltatore, da quasi 10 come organizzatore/promoter, da 3 anni come “narratore”; credo quindi di avere ormai delle coordinate abbastanza chiare (mai a sufficienza) per descrivere questo rapporto, che da qualsiasi parte lo si guardi resta un rapporto difficile. 
Sgombriamo il campo: non mi interessa rispondere per filo e per segno ad un articolo che parte da un’esagerazione (“la musica è poca e brutta”) ma ha il merito di esporre alcuni nervi scoperti della vicenda (dagli spazi agli organizzatori, dalla repressione al pubblico), come dimostra la vivacità delle reazioni. Un articolo criticato perchè privo di “pars costruens”, come se un articolo di opinione dovesse essere un piano di intenti… come se in Italia non ci fosse addirittura alla maggioranza in parlamento un partito fatto di sola “pars destruens”, verrebbe da aggiungere.

La musica a Milano non è poca, e forse non è nemmeno brutta. Sicuramente è nascosta. La vivacità della “scena” milanese è limitata a pochi martiri dell’underground (e a poche elites illuminate di salotti più o meno chiusi), costantemente tenuti sotto terra da un panorama mainstream monocolore, che propaganda all’infinito soltanto l’immagine di se stesso. C’è un sottoterra vivace e c’è una marea che va e viene di grandi eventi, e di mezzo il nulla. Proprio quel “mezzo” che aveva fatto l’età dell’oro della Milano musicale a inizio anni ‘90 e che in fondo inquadrerebbe la città nella sua dimensione, a metà strada tra la metropoli e il provincialismo italiano. Cosa manca soprattutto a Milano oggi? mancano i concerti da 800-1500 persone, e mancano gli spazi dove farli. Negli anni sono chiusi, uno dopo l’altro, il Factory, il Rainbow, il Rolling Stone, il Binario Zero (come i ben più grandi Palalido, Palatrussardi, ecc..); si sono ridotti a pseudo-discoteche l’Alcatraz, i Magazzini Generali, il Tunnel; sono scappati da un intervento culturale la maggioranza dei Centri Sociali.
E’ naturale che qualcosa resista, ma non ha altra scelta: o è trascinato sottoterra, o è svenduto alla logica dell’evento. Perchè nella “città della moda e del design” la musica diventa un arredamento degli eventi, a cui non si va per ascoltare qualcosa ma semplicemente per “esserci”, una scelta trasversale da chi l’evento lo organizza a chi vi prende parte. L’interesse in fondo è far salire l’hype: “se ascolto quella cosa vuol dire che comprerò quella lampada e indosserò quelle scarpe”, ed ecco che si torna alla critica dell’evento che tante volte si è levata: eventi perlopiù gratuiti (apparentemente) in cui non vengono venduti prodotti ma stili di vita. Il problema è che il pubblico vi si presta, e il gioco cresce. E con lui crescono i costi, smisuratamente, perchè è vero che il problema degli spazi, sempre meno e sempre meno “disponibili” è anche figlio dei costi.
Gli affitti esplodono a dismisura e si fa sempre più pressante la necessità di “rientrare nei costi”, innescando un circolo vizioso che fa credere che il rientro economico passi esclusivamente dall’infinita replica di quelle poche proposte che qualche volta han funzionato, finendo per svilire le proposte stesse e portare al fallimento chi le propaganda.
L’altro elemento evidente nella riduzione degli spazi è stato quello repressivo: diciamo che è dai tempi di Pillitteri che tutte le giunte che si sono succedute hanno fatto un passo avanti nel trasformare la città in un parcheggio silenzioso, senza peraltro incontrare grossa opposizione. L’unico soggetto che ha timidamente alzato la voce è stata Arci (altro “attore” sul cui ruolo un giorno si dovrebbe riflettere), che peraltro lo ha fatto quando è stata toccata nel portafoglio, senza troppi interessi su una visione in prospettiva. Dalla Milano antagonista non si è sentito quasi nulla (tranne rare eccezioni), e non stupisce per un ambiente che pare aver deciso di abdicare dal suo ruolo di “agente culturale”, quantomeno in campo musicale (e ancora una volta, il distinguo riguarda rare eccezioni). Spiace perchè se è banale ma vero dire che alla repressione si risponde con la lotta, altrettanto vero è che alla speculazione immobiliare si risponde con l’occupazione. Gli spazi occupati potrebbero e dovrebbero essere l’elemento in grado di creare un corto-circuito al gonfiarsi dei costi della produzione, e quindi della fruizione, della musica a Milano, ri-attivando una nuova economia che metta al centro il musicista e il suo spettacolo.
Il risultato di questa falange “evento/costi/repressione” è stato invece lo spingere la musica fuori città. Già perchè forse si tende troppo a parlare di Milano entro i suoi confini urbani, ma la metropoli è ben più estesa, e là fuori i numeri crescono velocemente. Non c’è più solo il Bloom (che Satana l’abbia in gloria, con 5 Bloom a Milano questo discorso sarebbe finito), ma c’è tutta una nuova vitalità da Segrate alla Brianza e oltre. Con grande scorno di noi ciclisti.

C’è un aspetto, infine, che emerge in questo dibattito, che evidentemente si ricollega alla “criticità” del pubblico milanese ed al mercato degli eventi che l’ha plasmato: quasi tutti i commenti seguiti al primo articolo nel parlare di musica usano il termine “nightlife”. Come se la scena musicale di una città fosse limitata a qualche dj che si esibisce ad orari antidiluviani, come se la musica si misurasse soltanto sullo svago, che della produzione musicale è probabilmente l’ultimo aspetto (non irrilevante, ma marginale).

Eppure è da qui che avrebbe senso partire: dai desideri, o meglio, dall’educazione del pubblico. Se anche l’atteggiamento dell’audience “fa cacare” (cit), allora è su questo primo tassello che si pone la vera sfida di un’ipotetica “scena” musicale milanese. Ma come si educa il pubblico? Eh, bella domanda. Lavorando sulla qualità della proposta, in primis, con il coraggio di osare sia con le proposte stesse che economicamente (ma va di pari passo). Lavorando sulla fruibilità: allestire appuntamenti che cerchino il più possibile di valorizzare l’esperienza sia per chi suona che per chi ascolta. E ripartendo anche dalla narrazione, perchè sottrarsi al ricatto dell’evento non può essere solo boicottaggio (ben venga pure quello, meglio ancora un nuovo luddismo) ma significa tornare a dare visibilità all’impegno che già c’è, che è tanto, è lavoro sporco, ma è in grado di contaminare e generare altre esperienze: vivere un appuntamento musicale non perchè è cool, ma perchè è bello.


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