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-dopo- Forlì Open Music 2018

Posted: Ottobre 17th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | No Comments »

[*] non ricordo se ero mai stato a forlì in precedenza nella mia vita, immagino di sì, ma chissà, è come se fosse la prima volta. e la prima cosa che mi è balzata all’occhio sono state croci e campanili, chiese e chiese, chiese, chiese. Forse per questo Forlì Open Music si è tenuto in chiesa, perchè non c’era altra soluzione. Cotante chiese che girato l’angolo ci siamo imbattuti in una locandina di un festival punk locale, illuminata da una band che ha scelto come proprio nome Chiodi sulla via crucis. Ringrazio il punk tutto, mi auguro di vedere i Chiodi al più presto in azione, magari al prossimo Forlì Open Music, la cui chiesa di fatto non era più una chiesa. Trasformata perfettamente in un auditorium senza bisogno di stravolgimenti architettonici ma con un’attenzione all’acustica e alla fruibilità invidiabile. Una di quelle scelte così perfette che si possono trovare solo nelle città di provincia, a Milano ce lo sogniamo un luogo simile per i concerti, così come ci sogniamo un festival come questo, e pure i Chiodi vedo che non hanno in programma date in zona…

Però mi accusano di parlare sempre e solo di sta cazzo di Milano e invece torniamo a forlì che è pure tardi, l’ex chiesa di san giacomo dovremmo occuparla per farci suonare del punk anticlericale, e in attesa godiamocela così com’è. Lunga vita a un festival come questo, in cui lo zampino di Area sismica è talmente evidente che sempre di stare ad area sismica (anzi, a un certo punto nella notte di sabato ci siamo pure arrivati – grazie). un festival che pare a rischio, e sarebbe una follia, dove le trovi due giornate del genere? un sabato che si apre lento con il duo enrico pace / igor roma che mi strizzano l’occhiolino dai pianeti di Holst, prosegue in tutta la grazia di Irvine Arditti, che sarebbe banale definire ardito ma banale non è, specie quando abbandona il flusso dei leggii e si scaglia con forza su Sciarrino, si chiude con DKV che sarebbe una ricetta d’alta scuola del free-americano, fa quello che ti aspetti, quando ti aspetti di godere. Domenica tutto si anticipa al pomeriggio, da fuori si avverte una compilation di colonne sonore suonate da giovini studenti, e forse è l’antipasto buono al live di Andy Moor e Kyriakides, che sarebbe sontuoso se non fosse che ogni pezzo è introdotto da una voce recitante, in italiano, pure anonima, a inseguire una teatralità che non c’è e non serve proprio. Appunto per la prossima volta: togliere. Fare come fanno i Necks, subito dopo, sempre una garanzia granitica, anche se un’ora è davvero un po’ poco per un viaggio come il loro, che toglie tutto il toglibile e riedifica sulle radici salendo verso il cielo a spirale. Infine il botto che non ti aspetti: di nuovo vandermark e drake, ma stavolta a rompere l’Open Border con il flautista Gianni Trovalusci e il compositore Luigi Ceccarelli. una prima (forse unica?) mondiale che sembrava ad alto rischio e che invece si porta a casa tutto il festival, racchiudendo dentro a quel confine aperto tutta la musica vista nei due giorni prima, dall’alto al basso e in ogni direzione, con Hamid che a un certo punto si mette pure a cantare e un dialogo tra sax ed elettronica che parrebbe in corso da anni. e forse è così, e speriamo che continui, nei secoli dei secoli, amen e porcodio.

 

[*] -dopo- è un tentativo di raccontare i concerti il giorno dopo. in estrema sintesi, giusto per togliere polvere dalla tastiera. però la sintesi non riesce sempre, a volte s’imbroda.

 



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