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[Zero2] A dictionary of sound: Jessica Moss, Eric Chenaux. 9 novembre. Fondazione GG. Feltrinelli.

Posted: novembre 8th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , | No Comments »

Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli fu ritrovato sotto un traliccio a Segrate, dilaniato dall’esplosivo, nel marzo del 1972. Ai tempi la lotta era davvero armata, le morti erano altrettanto misteriose, gli editori decisamente più coraggiosi e gli orizzonti qualcosa ancora da conquistare. Quarantasei anni più tardi l’editoria se la passa assai peggio, mentre il cielo si è fatto più oscuro. Ad allontanare i sognatori dal sole ci pensano spessi strati di smog ma anche proliferanti costruzioni, invadenti moloch di vetro e cemento che stanno piano piano accaparrandosi l’atmosfera. Cosa ci sia dentro a torri e palazzi, in genere non è dato saperlo, ma in qualche rara occasione le interiora diventano visibili, senza ricorrere a progetti di demolizione.

La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli è l’ultimo arrivato tra questi giganti: sotto le sembianze di un gigantesco stendipanni, spuntato in un batter d’occhio laddove un tempo c’era una foresta di piante, albergano insieme questa istituzione culturale e la più ricca azienda di informatica al mondo. La nuova rassegna curata da Teho Teardo, A “Dictionary of Sound” (mai nome fu più appropriato per questo incontro tra musica e letteratura), ci offre l’opportunità di infilarci nella pancia del mostro ed esplorarla con le orecchie attraverso tre magnifici concerti nel corso di novembre: stasera saremo accompagnati dal violino elettrificato di Jessica Moss e dalla chitarra di Eric Chenaux . Un primo passo per tornare ad avvicinarci al cielo, e un giorno magari anche a dargli fuoco.

 

A dictionary of sound: Jessica Moss, Eric Cheneaux. venerdì 9 novembre. fondazione gg feltrinelli, una dozzina d’euri.


[Zero2] Nurse With Wound. 25 novembre. macao

Posted: novembre 7th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , | No Comments »

Cosa si può dire ancora che non sia stato detto sui Nurse With Wound? Cosa aggiungere alla meraviglia e al terrore del lavoro di Steven Stapleton e (rari) soci negli ultimi 40 anni? Davvero, non sarebbe meglio uscire senza ombrello sotto la pioggia a tastare l’orlo dell’autunno, a chiedersi perchè il freddo non sia ancora arrivato, benché sia inevitabile, come la morte? Ecco, la morte. Una cosa di cui si può continuare a parlare nonostante tutto sembri già detto da secoli ormai. I Nurse With Wound di fatto non hanno mai abbandonato il tema: la morte è l’oggetto onnipresente, nascosto tra le pieghe di un teatrino dada, pronto ad affiorare a ogni pagina girata. E della morte ha ancora senso parlare, specie in un’epoca in cui è stata censurata di netto, ridotta a pornografia di bassa lega, ora che persino spirare è diventato difficile, tra corpi virtualizzati, spintisi oltre la caducità.

Rischiamo di dimenticarci che dovremo morire, e allora ben venga la danza macabra dei Nurse With Wound a ricordarcelo. Come in un affresco del medioevo più crepuscolare, nella musica dei Nurse With Wound si affaccia un popolo intero, dal Re all’ultimo dei popolani, da un’infermiera malconcia a un artigiano del rumore, ciascuno ha il proprio scheletro cui accompagnarsi. Stapleton continua a ballare in circolo, a suonare a fare dischi senza pause: il loro sito sembra il catalogo delle offerte di un discount, con pubblicazioni e ristampe che si susseguono a ritmo di rotativa. Anche quando sembra non esserci più nulla da dire, la morte dà ancora voce, dà spazio per continuare a cantarla, a corteggiarla e deriderla, a proseguire in questo trascinante ballo, che dura come l’eternità, fino alla morte… Sempre che la morte esista ancora. Un altro giro, un’altra danza, ancora un giro, e poi un altro, e un altro, e un altro.

 

Vasopressin presenta: Nurse with wound. domenica 25 novembre. Macao, cinque euros.


[Zero2] Contemporarities: Ami-Odi. 25 novembre. santeria nuovo.

Posted: novembre 6th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , | No Comments »

Da qualche anno a Milano e dintorni sono tornati i fantasmi. Non si vedono, altrimenti che fantasmi sarebbero, ma ci sono e lasciano finalmente tracce tangibili. Sono stati evocati da un duo di ghostbuster soprannaturali come Enrico Gabrielli e Sebastiano De Gennaro, e siccome si tratta di gente che nel dialogo col soprannaturale ha un talento innato, il richiamo ha funzionato. I fantasmi sono comparsi prima tra le nebbie della Brianza, attirati dal Bloom e da Alban Berg, ma tra la foschia e lo smog faticavano pure loro a radunarsi. Così hanno seguito l’umidità delle rogge e l’olezzo dei Navigli e sono approdati nel sud cittadino, in un luogo che all’evocazione degli spiriti deve persino il nome.

I fantasmi sono il popolo della musica contemporanea a Milano. Dove le proposte sono tante, i concerti ci sono e funzionano, si susseguono più frequenti, sono apprezzati, ma poi nessuno ne sa nulla, chi ci va non lo dice, e pure questa in tempi di sovraesposizione delle scelte personali non sembra una cattiva scelta. La nuova stagione di ContempoRarities apre all’insegna dello scontro tra l’odio e l’amore, riassunto nel concetto di “Anti Minimalismo Italiano“, ovvero una passeggiata a ritroso verso i bei tempi in cui i concerti finivano a ceffoni sugli spalti tra frange di pubblico impegnate a difendere le proprie posizioni teoriche contrapposte. Qualcosa che esisteva in epoca di fisicità, qualcosa che pareva estinto in tempi di fantasmi.

Ma fortunatamente, il presente ce lo suggerisce, i fantasmi si stanno reincarnando. Insomma, ContempoRarities è un piccolo esoterismo. Se andate per la prima volta non preoccupatevi, non dovrete sussurrare “Fidelio” (e nemmeno “Turangalîla” o “Stimmung”) all’orecchio del cassiere, ma non state nemmeno troppo tranquilli, che con i fantasmi non si sa mai. Nel dubbio, portatevi comunque un mantello e le vostre mutande migliori.

 

Contemporarities. Esecutori di metallo su carta playing Franco Battiato, Franco Donatoni, Paolo Castaldi, Giacinto Scelsi, Fulvio Caldini, Alvin Curran. domenica 25 novembre, ore 18. santeria social club, 12 eu.


[Zero2] Francesco Zago + Pierre Bastien. 12 novembre. san fedele.

Posted: ottobre 19th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , , , | No Comments »

Sono più di sei anni che l’acusmonium del San Fedele accompagna le nostre serate più profonde, estendendo nello spazio la vibrazione delle palpebre che si abbassano, del cervello che rallenta la sua attività, abbandonandosi all’ambiente sonoro. Un’esplorazione più o meno conscia degli spazi interiori, come rimarcato opportunamente dal nome della rassegna più longeva, Inner_Spaces. Spazi già noti che continuano a presentare nuove sfaccettature, minute tasche di conoscenza in cui infilare curiosi la manina mentre ci si avventura lungo un tragitto abitudinario. Per questo al San Fedele contano tanto le abitudini: sedersi nelle stesse file, spesso dire le stesse cazzate. E ascoltare gli stessi artisti, la cui investigazione spalanca di concerto in concerto universi differenti. Per Francesco Zago suonare qui è una piccola abitudine, è una presenza che si ripete ma un’entità ogni volta differente. La sua chitarra ha divagato intorno ad Arvo Pärt e Steve Reich, stavolta è pronta a infilarsi tra Johann Sebastian Bach e György Kurtág. E poi a lasciare spazio al teatrino meccanico di Pierre Bastien, i cui ingranaggi concreti approdano per la prima volta al San Fedele, ma è come se fossero sempre stati qui. Ci scopriremo a vicenda, chiuderemo gli occhi e riparteremo nel nostro viaggio interiore, per scoprire che questi automi sonori non sono poi diversi da noi, forse sono soltanto un po’ più umani.

 

Inner Spaces: Francesco Zago + Pierre Bastien. lunedì 12 novembre. san fedele. 10/12 euri.


[Zero2] Jazzmi 2018. 1-13 novembre. milano.

Posted: ottobre 19th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , | No Comments »

Dove eravamo rimasti? JazzMi torna, un anno più tardi, più ricco e sfaccettato di prima. Milano no, non è cambiata, è sempre lì, con tutte le sue contraddizioni: il fermento che arriva dal basso, i grandi eventi patinati in superficie e un certo grigiore istituzionale a minacciare la libertà d’espressione quando intacca certi interessi o esce un po’ troppo dal seminato. Questo è uno scontro impari, rumoroso, tra spinte discordanti. La forza centripeta di una città che guarda al proprio ombelico, a un centro da imbellettare, svendere e rimarchiare, contro la forza centrifuga di energie e in questo caso di una rassegna – unica nel suo contesto – che ha avuto la capacità di costruirsi dalle fondamenta, affondandole per bene nel sostrato cittadino, e costruendo un piano dopo l’altro, un anno dopo l’altro, sino a bucare le nubi e vedere finalmente il sole. Nelle hamburgerie all’ombra dei grattacieli forse non se ne accorgerà nessuno, ma questo scontro impari lo sta vincendo JazzMi: lo si capisce da come gli sguardi sul mondo siano ormai contrattaccambiati, da come l’universo là fuori occhieggia con JazzMi, ne riconosce il dinamismo e la speranza. Due termini che racchiudono tutto il programma di questa edizione che in due settimane condenserà oltre 150 concerti spaziando tra mammasantissima delle avanguardie (Art Ensemble of Chicago, John Zorn & Bill Laswell), nomi ricorrenti (Chick Corea, Enrico Rava, John Scofield), astri nascenti (Jason Moran, Christian Sands) e indomiti vecchietti (Ron Carter, Steve Kuhn, Maceo Parker, James Senese), suoni delicatissimi (Judi Jackson) e violentissimi (Colin Stetson), senza disdegnare nemmeno le pagine più pop (Paolo Conte, Stefano Bollani) e le contaminazioni di un mondo che si amplia abbattendo confini geografici (Hailu Mergia, Istanbul Sessions, Antonio Sánchez) o artistici (Imogen Heap, Kamaal Williams, Asylum). E per non farsi mancare nulla aggiungerà proiezioni, incontri, confronti, presentazioni di libri e persino un approfondimento sul canto delle balene. JazzMi è il festival migliore di Milano, nel senso che è tenace, vivo, vario; nel senso che è proprio meglio di Milano. Speriamo torni presto.

Jazzmi 2018, dal 1° al 13 novembre. un sacco di posti, un sacco di gente, un sacco di prezzi, talvolta anche un sacco di soldi.


[Zero2] Robert Piotrowicz + Richard Barbieri. 22 ottobre. san fedele.

Posted: ottobre 19th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , , | No Comments »

Se mai dovessi raggiungere l’età pensionabile (la cosa è molto improbabile, di questi tempi la morte per inedia in mezza età è la più quotata dai bookmaker) vorrei arrivarci come Richard Barbieri. Approdare a una vecchiaia dalla creatività stanca ma non estinta, trascinandomi sulle spalle un fardello di esperienze in grado di schiacciare al suolo intere generazioni successive. Vorrei aver esplorato un ventaglio di esperienze così diverse da essere cacciato per impurità da ogni salotto, come uno che ha suonato dal glam-rock all’ambient, passando per il prog, il dark, il metal, la psichedelia, i Japan e i Porcupine Tree, l’elettroacustica e l’IDM. Vorrei aver assecondato la progressiva perdita dell’udito (su quella sì, sono già a buon punto) imparando a selezionare le frequenze utili, quelle da ricordare con persistenza, e poco importa che le altre siano svanite nell’impercettibile. Vorrei avere ancora le forze per girare da solo in ciò che ancora attizza la fantasia, dagli acusmonium dei preti ai festival come Musica Genera, il festival sperimentale polacco nato sull’onda dell’omonima etichetta di Robert Piotrowicz, l’improvvisatore elettroacustico che Plunge ha deciso di affiancargli questa sera. Invece no, non ci arriverò all’età pensionabile e se anche dovessi farcela non avrò comunque una pensione. Però è bello pensare che Richard Barbieri ce l’abbia fatta, e un po’ invidiarlo, ma soprattutto ascoltarlo.

Inner Spaces: Robert Piotrowicz + Richard Barbieri. lunedì 22 ottobre. auditorium san fedele. una dozzina d’euri.


-dopo- Forlì Open Music 2018

Posted: ottobre 17th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | No Comments »

[*] non ricordo se ero mai stato a forlì in precedenza nella mia vita, immagino di sì, ma chissà, è come se fosse la prima volta. e la prima cosa che mi è balzata all’occhio sono state croci e campanili, chiese e chiese, chiese, chiese. Forse per questo Forlì Open Music si è tenuto in chiesa, perchè non c’era altra soluzione. Cotante chiese che girato l’angolo ci siamo imbattuti in una locandina di un festival punk locale, illuminata da una band che ha scelto come proprio nome Chiodi sulla via crucis. Ringrazio il punk tutto, mi auguro di vedere i Chiodi al più presto in azione, magari al prossimo Forlì Open Music, la cui chiesa di fatto non era più una chiesa. Trasformata perfettamente in un auditorium senza bisogno di stravolgimenti architettonici ma con un’attenzione all’acustica e alla fruibilità invidiabile. Una di quelle scelte così perfette che si possono trovare solo nelle città di provincia, a Milano ce lo sogniamo un luogo simile per i concerti, così come ci sogniamo un festival come questo, e pure i Chiodi vedo che non hanno in programma date in zona…

Però mi accusano di parlare sempre e solo di sta cazzo di Milano e invece torniamo a forlì che è pure tardi, l’ex chiesa di san giacomo dovremmo occuparla per farci suonare del punk anticlericale, e in attesa godiamocela così com’è. Lunga vita a un festival come questo, in cui lo zampino di Area sismica è talmente evidente che sempre di stare ad area sismica (anzi, a un certo punto nella notte di sabato ci siamo pure arrivati – grazie). Read the rest of this entry »


[Zero2] Low. 05 ottobre. Dal verme.

Posted: settembre 19th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , , | No Comments »

Ho un amico che ragiona da tempo su una serie di compilation in cui le band sono suddivise per credo religioso. Se dovesse arrivare a farne una anche per i mormoni, probabilmente sarebbe una monografia dei Low, e sarebbe la più sincera di tutte. Non vi è band al mondo, infatti, che riesca ad aderire più dei Low al proprio credo, una scelta che più che artistica è di fede. Come tutte le religioni, a eccezione del Pastafarianesimo, il messaggio di fondo è uno solo: che la vita è una merda, che siamo condannati a vagare ciechi per il globo trascinandoci un fardello di sofferenza fino al giorno in cui una qualche divinità non si deciderà a incenerirci con una saetta. La musica dei Low sa profondamente di peccato, ma non ha bisogno di rincorrere la mela proibita – ci fa sentire scacciati dal giardino dell’Eden chiamandoci per nome, infierendo su ogni nostra debolezza. Per questo è così lenta, disturbante, scarna: per farci stare male come ogni mattina quando ci svegliamo. Un loro concerto è un anti-rituale, anzichè la salvezza celebra la normalità, quella che lascia più disperati di prima (e un titolo come quello del loro ultimo album, “Double Negative”, non lascia troppo spazio alla fantasia…). Il desiderio ultimo sarà solo quello di trovare un bancone cui adagiarsi e annegare i propri pensieri: non sarà una scalata verso il Paradiso, ma il modo più efficace per fuggire dall’Inferno.

 

Low. venerdì 05 ottobre. teatro dal verme. un inferno di euri.


[Zero2] Voivod. 20 settembre. Santeria.

Posted: settembre 11th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , | No Comments »

L’unica volta che ho visto i Voivod dal vivo era a un festival metal di quelli con le band storiche e il pubblico che carica i bagagliai di birre e macina chilometri dalle province più arroccate per alzare ascelle e corna al cielo. Verso fine concerto Snake Bélanger si girò verso la band e cominciò a sbracciarsi come un direttore d’orchestra, in un gioco spontaneo e quasi infantile, poco compreso dal serioso pubblico delle prime file. Fuori luogo come i Voivod: alieni del metal che si scoprivano psichedelici quando gli altri acceleravano e menavano; si avventuravano nella fantascienza quando altrove si celebravano riti satanici; e quando gli altri digrignavano i denti, i Voivod aprivano inattesi sorrisi. Lo fanno felicemente da 35 anni (con un disco in uscita l’indomani della data milanese) e continuano: ci sarà da divertirsi.

 

Voivod. Santeria nuovo. giovedì 20 settembre. Tanteuri.


[Zero2] Cesura X years party. 08 settembre. macao.

Posted: settembre 11th, 2018 | Author: | Filed under: larsen | Tags: , , , , , , , , | No Comments »

Ci vorrebbe una bella cesura. Non tanto per rientrare dalle vacanze, anche perchè mica tutti ci vanno, e tanti di quelli che ci vanno lo fanno continuando a lavorare, restando uguali, immobili nello spostamento. Ci vorrebbe una bella cesura col presente. Tagliare una riga verticale in mezzo all’orizzonte e dire: mo’ basta, diamoci un taglio e ricominciamo da zero, lasciamoci alle spalle un mondo che pensa solo ad affogare il prossimo, una città che per certi aspetti sembra diventata solo una vetrina, scenografia da soap opera a prezzi gonfiati. Ci vorrebbe una spaccatura brusca, financo dolorosa, per affrancarsi dal dolore. Ma per individuare il punto di rottura, ci voleva prima un’esplorazione, una ricerca del dettaglio, della fragilità su cui insistere, colpo dopo colpo. Cesura è un collettivo di fotografi che prova a immortalare il mondo così com’è davvero, in colori e diversità, dolori e avversità; lo fa da dieci anni e questa volta si festeggia. Nel corso di una notte le immagini di Cesura e i suoni selezionati da S/V/N/ (tra cui ArteTetra, Exihibition Poland and the Helmut Orchestra, Vipra & DJ Vatileaks e HMOT) concorreranno a formare una mappa dell’universo umano: una dettagliata cartografia di debolezze, utile per capire dove infilare i picchetti e cominciare a martellare, aprire una cesura. Squarciare il presente, che il futuro tanto non esiste.

 

Cesura X years party. sabato 08 settembre 2018. macao. 5eu.